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RICORDO DI GIORGIO FERRINI A 40 ANNI DALLA SUA SCOMPARSA

Non si indossa per 566 volte la stessa maglia senza che questa diventi più che una seconda pelle, e quella maglia granata con il numero otto ERA per Giorgio Ferrini molto più di questo



Non si indossa per 566 volte la stessa maglia senza che questa diventi più che una seconda pelle, e quella maglia granata con il numero otto ERA per Giorgio Ferrini molto più di questo.Ventun anni dedicati al Toro, vissuti in simbiosi con il colore granata, sin dal 1955, quando poco più che ragazzino approdò nel vivaio di quella Società che ancora piangeva i caduti di Superga; poi un anno a Varese, per “farsi le ossa” come si usava dire e come si usava fare, e il ritorno, al Filadelfia, nell’anno in cui il Toro retrocesso affrontava per la prima volta il campionato di B.566 partite ufficiali dopo, nell’estate del 1975, Giorgio decideva di ritirarsi, ma come avrebbe fatto a smettere quella maglia che era la sua vita? Così per il neo allenatore Gigi Radice ecco un vice belle pronto, fatto in casa, e che di quella casa conosceva tutto, dai più piccoli anfratti ai segreti più nascosti.

Chi mai poteva immaginare allora che al primo tentativo sarebbe stato SCUDETTO? Quel tricolore che avrebbe meritato, anzi strameritato di vestire da calciatore e che solo l’ineffabile duo di Cormons, Barbaresco/Toselli, gli aveva impedito di porsi sul petto quando il Toro (un Toro VERO) di Gustavo Giagnoni aveva duellato sino all’ultimo con le solite (già allora) Juve e Milan.Ma uno scudetto é sempre uno scudetto, da calciatore come da allenatore, in campo così come in panchina, e quello, 27 anni dopo Superga, pareva l’inizio di una nuova storia, di una nuova vita, per il Toro e per Giorgio.Poi é toccato a lui, il più forte, il più duro di tutti, subire la sorte avversa che l’ha strappato alla vita proprio dopo quella grande gioia, godendola per poco, così come per poco ha goduto la vita, la famiglia.Un attacco subdolo, di quelli che non lasciano scampo, che non ti dà una seconda chance, anche se la sua forte fibra aveva lasciato spazio ad un’illusione, effimera quanto breve.

Così, nell’oggi di 40 anni fa, piangevamo nuovamente per uno di NOI, uno che consideravamo fratello, figlio, amico, che avremmo voluto ci accompagnasse per lunghi anni e, chissà, in vittorie che allora potevamo immaginare, sperare, sarebbero state tante. Tu come Gigi prima di te, lacrime vere e lacrime (troppe come al solito) di coccodrillo, di chi ti aveva bollato come “scarpone”, tutti e due apprezzati più da morti che da vivi.
Dicono che sappiamo solo piangerci addosso, che viviamo di passato e di retorica, e magari é davvero così, ma CHI ha subito tanti colpi avversi del destino quanto il Toro? Chi ha pianto così tanti “figli” come chi ama il granata? Oggi come allora vogliamo ricordare, con una lacrima, ma perché no anche con un sorriso, il sorriso di quel ragazzo taciturno, che non aveva bisogno di tante chiacchiere per farsi capire, apprezzare, bastavano gli occhi, uno sguardo per dire ciò che doveva, e quando questo non era sufficiente c’era il suo comportamento, l’esempio che sapeva dare, sempre e comunque. Grazie Giorgio, di essere stato, DI ESSERE, uno di noi, uno del TORO.

M.V.

 


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